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La sfida della “prossimità” non si vince con le Case di comunità – Ettore Jorio – Quotidiano Sanità – 3 maggio 2021

Ridefinire oggi come «di prossimità» la riedizione delle vecchie Case della salute costituisce quasi un ossimoro di ciò che necessita per trasformare l’assistenza che ha fallito, clamorosamente nella lotta al coronavirus. Occorre dunque ben altro

03 MAG – Ho letto l’intervista al segretario generale della Fimmg, Silvestro Scotti, sul trattamento del tema «Salute» nel PNRR. Per la massima parte, mi trovano d’accordo le sue osservazioni, soprattutto quando ventila il pericolo, insito nella piano nazionale di ripresa e di resilienza, della volontà (forse inconsapevole) di allontanare i cittadini dalla cura continuativa del loro medico di famiglia.

Una figura professionale caratterizzante il nostro welfare assistenziale che, così come sta per essere reinterpretata, diventa sempre espressione di un operatore di «non fiducia». Ciò nel senso che si tenta di trasformarlo come unità professionale di struttura piuttosto che professionista fiduciario individuato dall’utente nell’esercizio della sua libera scelta, costituzionalmente garantita, realizzativo dell’esaltazione della persona umana e dei suoi diritti fondamentali.

Un tema, questo, che ho trattato a cominciare da tanti anni fa, anche sulle pagine di questa Rivista. Più esattamente, allorquando individuavo il medesimo pericolo di oggi nelle allora omologhe Case della salute, che hanno registrato ovunque esiti pressoché fallimentari e certamente non esaltanti in termini di assistenza concretamente erogata.

Alla Nazione bisognosa di salute occorre una assistenza territoriale, diffusa ma centrifuga, non già centripeta, in quanto tale non assicurata da strutture diradate, lontane qualche chilometro, bensì garantita il più vicino possibile al domicilio delle persone. Quelle cui è attribuito il diritto di scegliersi, intuitu personae, il proprio medico di fiducia, nelle cui mani consegnare la propria vita e, spesso, della propria famiglia. Pertanto, ridefinire oggi come «di prossimità» la riedizione delle vecchie Case della salute costituisce quasi un ossimoro di ciò che necessita per trasformare l’assistenza che ha fallito, clamorosamente nella lotta al coronavirus. Occorre dunque ben altro!

Da qui, la necessità di dovere modificare linguaggio e filosofia per programmare una corretta attuazione del diritto sancito dalla Costituzione che, beninteso, è di tutela della salute e non già, esclusivamente, di diritto alle cure e alla riabilitazione.

Quindi, prevenzione in primis che, invero, si legge ben poco sul Pnrr, dal momento che ne cita il termine per ben 46 volte, ma solo per condividerla nel sociosanitario solo 10 volte e, più esattamente, nel sistema erogativo specifico della salute in solo 5 occasioni.

Per il buon esito del Pnrr, quale strumento di trasformazione e riadattamento del sistema sociosanitario, necessitava nella fase della sua elaborazione (invero lenta e, al riguardo, improduttiva nei due precedenti governi a guida Conte) di una maggiore partecipazione tecnica, prioritariamente allo scopo di non commettere gli stessi errori del passato. E ancora. Di generare in esso e con esso, soprattutto, previsioni giuridiche ed economiche innovative e non già simili a quelle che hanno collezionato grandi fallimenti, lasciando circolare liberamente quel coronavirus che ha prodotto ben oltre 120 mila vittime, che pretendono giustizia.

Insomma, sul tema più importante, la prevenzione, il disastro prodotto dal Covid 19, con a monte un piano antipandemia inesistente con tante responsabilità al seguito, non ha insegnato nulla, tanto da non erigerla a focus del Recovery Fund

Le previsioni del PNRR ci provano soltanto, nella missione (VI) dedicata alla Salute, ma non sufficientemente. Ha ragione Scotti, il progetto investe esclusivamente in strutture e non in servizi, peraltro concettualmente distanti – così come detto, non solo sul profilo fisico ma anche ideologico – dalle necessità assistenziali reali, che richiedono un sistema salutare che bussi costantemente alla porta degli individui.

Che chieda loro del loro sta bene, per intervenire allorquando ammalati e assicurare la salute alle loro famiglie. Necessita, insomma, potenziare i servizi rapporto medico-utente del Ssn, sia in termini di efficienza ed efficacia, e dunque di renderli strumenti di continuità assistenziale reale, pertanto non solo nominalisticamente. Non solo. Costruire un modello di salute non già tenendo conto delle Città, quale riferimento urbano quasi esclusivo, bensì rapportandolo ai fabbisogni epidemiologici di quella numerosa parte del Paese che vive nelle periferie collinari  montane, sempre a corto di tutto, ivi comprese le prestazioni essenziali.

Sono meno d’accordo con il segretario generale della Fimmg sulle criticità rappresentate sul tema ospedali di comunità e sulla ipotesi prevista dal Governo di privilegiarne la gestione a cura degli infermieri. Una opzione, questa, da me condivisa e magari da implementare, ma che costituisce la carta vincente sulla quale puntare. Sempre che si riesca a garantire, unitamente alla loro assistenza continuativa nella struttura, anche quella da erogarsi a domicilio. Ciò per costituire altresì la formazione di un salutare cordone ombelicale tra le prestazioni professionali rese ove l’utente dimora e lo spesso necessario ricorso alle diagnostiche, strumentali e di laboratorio, e alle specialistiche da godere presso le strutture di spedalità di breve degenza.

Importante, ed è da condividersi, il ruolo della telemedicina in generale, intendendo tuttavia per tale quell’attività non affatto sostitutiva, bensì complementare alle metodologie tradizionali e insostituibili di assistenza erogate dal medico di famiglia all’utenza che lo ha scelto. Un supporto tecnico del quale il Pnrr si occupa (appena) a pag. 293 individuando, quali temi però da approfondire e realizzare nel loro complesso, quelli del tele-soccorso, della tele-assistenza, del tele-monitoraggio e della tele-refertazione, che renderanno più agevole e più sicura la quotidianità della nazione intera.

Il tutto, con un’assistenza, questa sì di prossimità, fondata sulla ricodificazione della coesistenza della medicina preventiva erogata dal sistema pubblico e con quella assicurata dalla medicina convenzionata, fondata su una seria riedizione delle Aft e Uccp, da porre in concreta ed efficiente collaborazione con le Usca.

Ettore Jorio
Università della Calabria

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