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“I soldi ci sono, ma chi progetta davvero il cambiamento?” – IlSussidiario.net – 1° Maggio 2021 -Intervista al prof. Ettore Jorio

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RECOVERY E SUD/ “I soldi ci sono, ma chi progetta davvero il cambiamento?”

Pubblicazione: 01.05.2021 – int. Ettore Jorio

l Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è un’opportunità imperdibile per il Mezzogiorno, che ha bisogno di liberarsi dalla subordinazione culturale rispetto alla politica, di uscire dalla morsa della criminalità organizzata e da una diffusa autocommiserazione. Sul Pnrr, il dibattito si è piuttosto concentrato sull’entità delle risorse previste per il Sud, che dovrebbe puntare anche sull’autonomia, sulla propria capacità di spesa, sul federalismo delle regioni meridionali, sulla visione d’insieme e sulle vocazioni territoriali.

Ne abbiamo parlato con Ettore Jorio, professore dell’Università della Calabria, esperto di sanità e beni comuni, con l’obiettivo di aprire, se possibile, una discussione su come colmare il divario tra Sud e Nord utilizzando le risorse europee finalizzate alla ripresa dell’Italia dalla crisi economica e sanitaria. Il Covid ha messo ancora più in evidenza le difficoltà del Mezzogiorno, che ora si ritrova ad affrontare la grande sfida del riscatto economico, sociale e politico. Oltre all’utilizzo corretto dei soldi provenienti dall’Europa, sottolinea Jorio, occorre che le «prestazioni essenziali siano oggetto di riforma, soprattutto quelle afferenti alla sanità, al sociale, all’istruzione e ai trasporti pubblici, tutte assistite dalla perequazione al 100%, garante di tutto ciò che occorre per renderle esigibili».

Professore, che cosa pensa del dibattito sulle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza destinate al Sud?

Distinguerei il dibattito dall’elaborato finale. Quanto al primo, mi è sembrato invero scarno e improduttivo. Il tutto, con i due governi Conte fermi al palo della perdita del tempo. Fortunatamente Draghi, con la puntualità che gli si addice, ha chiuso la partita prima del fischio dell’arbitro.

Che ruolo ha giocato il Sud in questa partita?

Alle nostre latitudini il confronto è stato assente, partecipato da taluni solo per guadagnare i soliti meriti indebiti. Quanto alla Regione Calabria è stata lontana un miglio dall’appuntamento istituzionale del secolo e assente nelle proposte.

E le Regioni?

Scarsa, comunque, nel Paese la partecipazione attiva del sistema autonomistico, che non ha avuto modo neppure di confrontarsi sul tema della ripresa, anche per sua inerzia. Una responsabilità grave degli enti territoriali che si sono dimostrati incapaci di lavorare per oltre due anni per il più grande progetto di tutti i tempi di arricchimento infrastrutturale, indispensabile per un efficace progetto di sviluppo, prioritariamente del Mezzogiorno. Le solite divisioni e gli antagonismi tra Regioni hanno fatto il resto, in presenza di finanziamenti importanti non sono state capaci di renderli strumentali ad una crescita unitaria del sistema regionale.

C’è un problema di quantità di risorse o la questione è ben più ampia?

Non si può non essere soddisfatti della consistenza finanziaria, sufficiente per cambiare il Paese. Peccato che dal progetto, fatta eccezione per le misure afferenti al potenziamento del patrimonio pubblico dei servizi e a quello dei beni, sia materiali che immateriali, non emerga un chiaro progetto nazionale, se non sul piano meramente enunciativo. Il problema sarà quello di rendere la progettazione teorica un cambiamento goduto. E qui nasceranno gli ulteriori veri problemi.

Che impressione si è fatto, rispetto all’impostazione generale del Piano? Come vede le missioni previste nel documento, in rapporto ai bisogni e alle vocazioni dei territori meridionali?

Le missioni, le solite quanto ai titoli, sono scandite pedissequamente sulle indicazioni europee. Non ho apprezzato il riparto. Dal confronto risulta una “miseria” (15,6 miliardi) quanto destinato alla salute e non affatto sufficiente alle necessità reali. Non affatto proporzionato ai reali bisogni di trasformazione e crescita del Sud quanto ad esso dedicato, peraltro deciso senza una visione di sviluppo unitario e non affatto produttivo di ciò che si sarebbe potuto realizzare con un 40% del plafond miliardario disponibile. Segnatamente insufficiente la destinazione alle tutele del territorio, dalle soluzioni/budget affidate alla salvaguardia sismica a quelle assegnate alla difesa idrogeologica.

Tra Sud e Nord esiste un evidente divario: culturale, infrastrutturale, amministrativo, tecnologico, gestionale e imprenditoriale. Nel Pnrr e nel futuro prossimo, che cosa servirebbe per colmarlo, per rendere il Mezzogiorno più competitivo, per emanciparlo dalle logiche e dinamiche di dipendenza dal potere pubblico, dai condizionamenti politici e dalla subordinazione alle mafie?

Se fossi capace di dare una risposta a una così difficile domanda, mi proporrei al Nobel. Scherzi a parte, al Sud serve ciò che non ha mai avuto: un ceto dirigente capace di interpretare i bisogni collettivi e di dare ad essi le risposte occorrenti. Il Pnrr costituisce, così come è stato concepito, una grande distribuzione di risorse miliardarie sui temi generali. E’ importante tradurre questa divisione nella moltiplicazione delle occasioni di crescita e occupazione, dei servizi alla persona e alle imprese, delle prestazioni socio-sanitarie. Il tutto come strumento per ricominciare, con nuovi metodi e più coraggio, la lotta alla ‘ndrangheta e alla corruzione.

Lei viene dall’università. Come giudica la parte del Piano relativa all’istruzione e alla ricerca?

Inadeguata la previsione generale, sul piano quantitativo, ma anche sulle indicazioni programmatiche. L’ambito di interventi avrebbe meritato un maggiore interesse, con il ricorso, forse, a una riforma, peraltro di completamento a quelle previste con favorevole incidenza e ricaduta sulla giustizia e sulla performance della Pa. Relativamente al sistema universitario del Mezzogiorno, esso avrebbe avuto bisogno di una particolare attenzione. Esprime il meglio, ovunque riconosciuto, nei confronti del quale non vengono tuttavia offerte le chance che merita. Investire sulla scuola e sull’università è da considerare il salvadanaio del Paese, sempre pronto a soccorrere e risolvere i grandi e i piccoli problemi di benessere sociale.

Il Pnrr è paragonato al Piano Marshall, ma la storia non si ripete mai in maniera identica. E’ così?

Per cultura, non amo l’approccio identificativo delle grandi occasioni cercando di rintracciare omologhi nella storia. Il Piano Marshall interveniva al fine di garantire grano e ricostruzione dei danni causati da una terribile guerra. Il Recovery fund è cosa diversa, non è un atto di generosità, bensì un investimento che fa la Ue per rinforzare se stessa, attraverso lo sviluppo degli Stati aderenti. Il Pnrr è, di conseguenza, lo strumento nazionale per contribuire a un tale processo rigenerativo, che ha per obiettivo la ripresa del Paese e la resilienza della nazione occorrente per riuscire nell’intento, bene e nel sessennio previsto. La partita si giocherà, quindi, sugli esiti del 2026 e non già sulle previsioni, cui dovrà esercitare un ruolo fondamentale la riorganizzazione del sistema Repubblica, il dinamismo del sistema dell’impresa e la collaborazione sociale.

Come dovrebbe essere la scuola del futuro, dell’era digitale che porta con sé una doppiezza?

Il sistema dell’acquisizione dei saperi è fondamentale. Su di esso occorre investire da subito e al meglio, tenendo anche conto del ritardo di circa due anni (e non oltre) che costituisce il danno causato dal Covid-19 e dalla inefficacia della macchina statale e regionale che ne ha peggiorato il saldo. Il digitale nella “fabbrica delle conoscenze” è un utile strumento, non il ricambio con il quale consentire lunghi cammini e traguardi ottimali. Deve arricchire le metodologie e non surrogare le tradizionali regole didattiche.

Si ripete spesso che la pandemia ha cambiato il mondo, la vita, le relazioni umane, il lavoro, la scuola, l’amministrazione pubblica e il mercato. Lei crede che i decisori politici si stiano muovendo con la stessa rapidità delle trasformazioni economiche, culturali, sociali e antropologiche prodotte dalla circolazione del virus?

Parto dalla fine, altrimenti scriviamo un libro. Il Covid ha cambiato tutto, niente escluso, ivi comprese le modalità di esercizio della Pa e le regole esecutive del mercato.

Quali sono, a suo avviso, le riforme più urgenti per l’Italia?

Certamente, quelle previste della giustizia, della Pa, della semplificazione e della concorrenza, e riguardo a quest’ultima ho tuttavia qualche perplessità se funzionale a ingigantire i grandi e a far scomparire i piccoli. Credo che però vadano assicurati, tra gli altri, immediati processi riformatori: al sistema sanitario, da integrare presto, subito e concretamente con il sociale; al sistema previdenziale, magari intervenendo in favore sulle pensioni non contributive e derivati; alla realizzazione delle opere pubbliche, che deve assumere più celerità; alla riforma del fisco.

Torniamo al Pnrr. Le Regioni viaggiano a velocità differenti e su binari paralleli. Nei suoi scritti ha molto insistito sul federalismo del Mezzogiorno. Adesso come si potrebbe attuare e che cosa significherebbe, proprio in questa fase di progettazione e negoziati?

Sono un federalista convinto, anche perché ebbi a lavorarci qualche anno in Copaff. Non cambierà nulla se non si attuerà quanto previsto nelle leggi e derivati d’ambito argomentativo (legge 42/2009 e 10 decreti delegati). Il cambiamento passa con l’applicazione della metodologia costi/fabbisogni standard assistiti dalla perequazione calibrata sugli indici di deprivazione socio-economico-culturali. E ancora, su un serio intervento perequativo infrastrutturale e sul debito pregresso che, così com’è – per esempio nella sanità calabrese -, se non risolto non consentirà nessun cambiamento in melius. A tal proposito, il celere ricorso al comma 842 della Finanziaria 2021 potrà essere decisivo.

Lei si è molto occupato di beni essenziali, a partire dalla salute e dall’acqua. Che cosa può determinare la transizione ecologica e digitale, sempre sulla base delle previsioni del Pnrr?

I beni e le prestazioni essenziali sempre prima di tutto! L’acqua merita tutto l’interesse che occorre per renderla buona, accessibile a tutti e a costi minimali. Da evitare, quindi, ogni giochetto per esercitare su di essa potere politico ed economico, così come si sta tentando di fare in Calabria.

Sul fronte della sanità, invece, lei ha sempre scritto, tra l’altro, dello stato dei Servizi sanitari delle Regioni del Sud, anche ponendo l’accento sulla necessità di ricostruire, se vuole di costruire, l’assistenza territoriale. Come si dovrebbe riformare la sanità italiana, alla luce delle risorse europee disponibili?

Le prestazioni essenziali devono essere oggetto di riforma, soprattutto quelle afferenti alla sanità, al sociale, all’istruzione e ai trasporti pubblici, tutte assistite dalla perequazione al 100%, garante di tutto ciò che occorre per renderle esigibili. Grande importanza va riconosciuta all’agricoltura, da regolare con sovvenzioni di merito e non a pioggia, che sono causa dell’attuale suo stato non esaltante. In Calabria, più che altrove.

(Emiliano Morrone)

https://www.ilsussidiario.net/news/recovery-e-sud-i-soldi-ci-sono-ma-chi-progetta-davvero-il-cambiamento/2164190/

 

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